Un po' di Storia

 

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La Vita Parrocchiale
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Il borgo di San Siro alla Vepra

Diamo inizio a questa storia narrando di luoghi e fatti che risalgono all’epoca medievale: ciò può destare qualche sorpresa o perplessità nel lettore che ha deciso di leggere queste pagine, data la fondazione recente della nostra Parrocchia, ma vogliamo spiegare il termine “in San Siro” aggiunto al titolo parrocchiale Beata Vergine Addolorata, titolo non vantato da nessuna altra parrocchia del nostro Decanato.

Alla fine del Duecento, due chiesette di porta Vercellina ricordate da Goffredo da Bussero come “Ad baitanam, ecclesia sancti petri ad salam” e “Ad vevram ecclesia sancti syri”, sono appartenenti all’antica pieve forense di Trenno: esse corrispondono ai due oratori di San Pietro in Sala e di San Siro. Di quest’ultimo, chiamato San Siro alla Vepra, si dice essere un oratorio annesso ad una sorta di convento di antica fondazione in un territorio ricco di boschi e risorgive; ne parla un documento del 18 luglio 885. Nel 1028, per decreto dell’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, all’abate di Sant’Ambrogio vennero accordate le decime della corte di San Siro dove anticamente vi era una cella ora invece trasformata in una grancia o fattoria abitata da soli coloni; i privilegi dell’abate di Sant’Ambrogio vennero confermati dalla bolla di papa Pasquale II del 14 febbraio 1102. Goffredo da Bussero dando notizia del piccolo oratorio di chiara la presenza in esso di due altari dedicati uno ai santi apostoli Filippo e Giacomo e l’altro al martire Nazaro. Nel 1456 la chiesa fu riedificata in stile lombardo con abside decorata da artista ignoto; nel 1581, passata ormai sotto la giurisdizione parrocchiale di San Pietro in Sala, fu incorporata in abitazioni civili e destinata ad uso privato e di devozione per gli abitanti del borgo; nel XVII secolo fu parzialmente demolita per addossarvi la Villa Pecchio. L'oratorio mutilo, dopo alterne vicende che lo tolsero al culto - basti ricordare che in questo oratorio si tenne nel 1821 un convegno segreto di carbonari come ricorda in un suo libro Federico Confalonieri uno dei cospiratori - passò in proprietà di Temistocle Fossati nel primo decennio del ‘900. Di chiara to monumento nazionale se ne decise il restauro; la chiesetta, liberata dalle strutture sovrapposte nei secoli e inserita nella Villa Fossati di nuova costruzione, venne riaperta al culto il 13 novembre 1927. Nel 1944 la villa fu requisita dalla famigerata “banda Koch” e ribattezzata dai milanesi con l’infelice nomignolo di “Villa Triste”: in essa una cinquantina di fascisti, fanatici e degenerati sottoponevano nottetempo ad efferate torture gli oppositori al regime nazi-fascista. Al termine del secondo conflitto mondiale, quasi ad esorcizzare lo spettro nefasto e le gesta disumane compiute, è divenuta la sede di un'opera religiosa.

Intorno a questa piccola chiesa sorse intorno all’anno Mille il borgo di San Siro detto “alla Vepra”, un pugno di case circondato dai campi detto in dialetto paes di boioccàtt e lambito dal canale Vepra, motivo talvolta di rovinose alluvioni; nelle vicinanze scorrevano anche il torrente Mussa ed i fontanili Colombara e San Siro detto Testa. La presenza di numerosi corsi d’acqua permise la costruzione di mulini e una intensa coltivazione di ortaggi e frutta. Secondo la cronaca del tempo redatta da Sire Raul, questo villaggio era stato destinato il 1 maggio 1162 per editto di Enrico, vescovo di Liegi, ad ospitare i profughi di Porta Vercellina dopo l'assedio del Barbarossa e la conseguente distruzione della città avvenuta nel marzo precedente.

Fondazione e primi anni di vita

 Il Comitato Nuovi Templi aveva acquistato, nei primi anni Quaranta del secolo scorso, un terreno nelle vicinanze del quartiere popolare appena costruito poiché, secondo le previsioni, le costruzioni ivi fabbricate dovevano diventare il baricentro di una zona densamente abitata; prospiciente la piazza Esquilino, venne scelto come luogo destinato alla nuova chiesa parrocchiale. Quando i bombardamenti del 1943 infierirono sulla città arrecando notevoli danni alla chiesa di San Carlo al Corso, il cardinale Schuster consigliò ai frati Servi di Maria di fondare una nuova parrocchia alla periferia cittadina nella zona di san Siro sul terreno già destinato alle opere parrocchiali.

E’ del 2 febbraio 1944 la firma della convenzione tra il cardinale Schuster e il Padre Generale dei Servi di Maria per la fondazione della nuova parrocchia che viene eretta ufficialmente il 12 settembre seguente. Si cominciò dunque con il costruire la prima chiesa prefabbricata, la “geseta”, che venne benedetta il 13 settembre 1944 con annesso un piccolo convento per la comunità che in quei giorni avrebbe ufficialmente cominciato la “missione”: era costruita in via Zamagna dove oggi sorge l’edificio delle Suore Compassioniste. Anche la stampa ne da notizia lodando l’opera che i padri Serviti si apprestavano a cominciare poiché essi “si ritrovano sempre in un impulso di fervore e di attività, pronti a testimoniare la presenza della Chiesa nelle ore in cui i suoi figli sono sottoposti alle prove più grandi”. Il 17 settembre è il grande giorno: entra come primo parroco p. Gerardo Maria Vielmo e con lui altri quattro confratelli che a giusto titolo possiamo chiamare “pionieri”: p. Giovannangelo, p. Augusto, p. Pellegrino e fr. Venanzio. Padre G. Gasperini ricorda come nel “1944 eravamo agli inizi, ancora imperversava la guerra, cadevano le bombe vicino a noi, ma tutti abbiamo incominciato, felici, pieni di entusiasmo. Ricordo la vecchia Chiesetta, la piccola casa, i freddi inverni milanesi, senza riscaldamento e il ghiaccio che si formava sulle pareti interne della casa. […] Ricordo tante persone care che ci hanno aiutato subito, ci hanno voluto bene[3]. Case ce n’erano poche, le attuali case popolari; prevalevano le costruzioni di circostanza che oseremmo chiamare baracche, che la guerra, le distruzioni cittadine e la povertà del momento avevano favorito. Il nuovo Parroco decide di conoscere le famiglie e le persone che gli sono affidate, subito iniziano le attività dell’oratorio con 300 iscrizioni di giovani parrocchiani.

Il primo anno di vita della Parrocchia lo troviamo descritto anche nei ricordi ancora di padre Gasperini, che in poche righe ricorda quando “non c’era da mangiare, si andava a comperare la minestra alla mensa popolare; una bomba caduta a pochi metri dalla chiesetta l’ha scoperchiata; un uragano ha distrutto il muro di cinta dell’Oratorio e ha prodotto una inondazione; i ladri sono entrati armati in casa e ci hanno portato via il poco che avevamo e poi i morti del rifugio di via Paravia, allora la nostra chiesetta si è inondata di lacrime[4].

La prima associazione formatasi nella nuova parrocchia è stata la Conferenza di S. Vincenzo per l’aiuto ai bisognosi, seguita poi dal Terz’Ordine Servitano e dall’Azione Cattolica. Le associazioni, anche se di nuova istituzione, erano assai efficienti e avevano sede in una lunga baracca di legno, precedentemente sala mensa degli operai dell’Isotta Fraschini, che il Parroco aveva ottenuta in affitto. La guerra, oltre che le macerie e la povertà, ha lasciato anche altri mali che non hanno risparmiato la nostra zona dove malviventi la funestavano eleggendola, per colmo di disgrazia, loro covo. Nelle loro scorribande non mancarono di far visita anche alla casa dei frati immobilizzandoli sotto la minaccia delle armi e razziando tutto quanto avevano. Nel cortile presso la piccola canonica venne istallata una cucina economica, avuta in prestito dal Comando Militare della Caserma “Perucchetti”, dove ogni giorno qualche centinaio di mamme e di poveri vi accedevano a prendere la minestra e altre vettovaglie che la carità del Parroco sapeva trovare; i padri stessi sono cucinieri e servitori degli ospiti, che sentono come la presenza reale del Cristo sofferente.

Con il crescere della parrocchia cresceva anche la devozione alla Madonna. Le case, le famiglie, i luoghi di lavoro si voleva che restassero perennemente sotto lo sguardo materno di Maria ragion per cui venne deciso di edificare in ogni cortile un’edicola ove collocare la statua della Madonna.

Intanto la popolazione era aumentata, le case popolari sinistrate dai bombardamenti venivano mano mano riparate e nuove famiglie prendevano alloggio. Anche la gioventù cresceva e a tal proposito in molti ricordano come le Prime Comunioni si facevano in cortile poiché l’elevato numero di ragazzi, circa 200, impediva lo svolgimento dentro la chiesetta. Più esplicativo risulta l’avviso dato la domenica precedente il Natale: il Parroco invitava i parrocchiani abituali frequentatori, dei quali aveva la certezza che avrebbero partecipato alle funzioni del Natale, di prendere parte alle celebrazioni in altre chiese della zona onde lasciare l’esiguo spazio della “geseta” alle persone meno abitudinarie ma desiderose di partecipare alla messa almeno la notte di Natale. Nella scuola di piazza Selinunte la domenica si svolgevano le attività oratoriane per le bambine e ragazze poiché lo spazio e le costruzioni presenti vicino alla parrocchia erano destinate alle attività dei ragazzi.

 

La Chiesa Parrocchiale

 

Trascorsi poco più di sei anni dall’arrivo dei Frati Servi di Maria ci si rese conto di come fosse ormai insufficiente la primitiva “gesèta”. La popolazione era aumentata, i fedeli erano assiepati all’interno della piccola cappella e costretti talvolta a partecipare alle celebrazioni dal marciapiede di via Zamagna. Già all’indomani dell’ingresso del primo parroco, il padre Provinciale comunica la notizia di un probabile progetto per la costruzione della futura chiesa, del convento e delle opere parrocchiali a San Siro. Una missiva dell’ingegner Giuseppe Invitti, datata 30 settembre 1944, spiega a padre Vielmo come “la chiesa è prevista con la fronte sul piazzale Esquilino, arretrata rispetto alla linea stradale di metri 8 allo scopo di creare un piccolo sagrato racchiuso ai lati fra il campanile e il battistero. La chiesa, la cui pianta è a croce latina, ha la grande navata centrale fiancheggiata da due piccole atte all’andirivieni dei fedeli. Su queste prospettano quattro altari secondari mentre altri due sono previsti sulle testate del transetto. Sul presbiterio prospettano la sacrestia e la penitenzieria; l’abside ospiterà il coro. Sopra la sacrestia e la penitenzieria vi saranno le cantorie. Sull’asse della chiesa ed in comunicazione diretta sorgerà il convento a forma quadrata racchiudente il chiostro. […] L’architettura si rifà alle tradizioni romanico-lombarde a cui attinge caratteristiche e motivi senza false imitazioni ma con spirito consono ai nostri tempi ”.

Il 1951 è l’anno che segna l’inizio della costruzione dell’imponente chiesa Parrocchiale e del convento. Il progetto si deve all’ingegno dell’architetto-archeologo Ferdinando Forlati che, in collaborazione tecnica con gli ingegneri Giuseppe e Aldo Invitti, segue in tutto e per tutto la sua linea di pensiero: “Pensiamo che l’impostazione di una chiesa debba partire da elaborati e da riveduti studi planimetrici e funzionali per poi innalzarsi con ossature semplici, cioè prive di ogni stranezza”. Egli studiò dapprima la distribuzione generale in modo che l’insieme rispondesse alla planimetria del luogo, progettando poi un complesso dove chiesa e convento formano un solo blocco. Dalle Cronache della parrocchia del 1951 stralciamo due date importanti. Il 12 febbraio  alle ore 9 entrata nel cortile del primo camion con il materiale per la costruzione della nuova chiesa; il 3 marzo una draga, abbattuta una parte della cinta di via Stratico, inizia i lavori di scavo delle fondamenta. Ad una grande opera materiale se ne affianca da subito una simile spirituale: infatti per ottenere da Dio gli aiuti necessari per condurre a termine la costruzione del tempio viene istituita una adorazione perpetua che coinvolge anche gli ammalati nelle loro case.

Lo scavo per le fondamenta viene velocemente allestito e si può procedere alla posa della “prima pietra” che avviene l’8 maggio ad opera del Cardinale Schuster. Il luogo dove sia stata posta la prima pietra di preciso non è dato conoscerlo, ci affidiamo alle supposizioni di p. Giovannangelo Angeli che annotava come “guardando le foto dell’epoca, mi sembra di individuare il pilastro destro dell’arco trionfale”. La prima pietra, irrorata dalle abbondanti piogge e per particolare benedizione di Dio crebbe a vista d’occhio. Gli operai dell’impresa Giovanni Colombo prima e Marchioro poi, lavorarono alacremente in cantiere gettando colate di cemento armato che ne avrebbero formata la struttura portante, struttura che si deve alla maestria di progetto dell’ingegner Cesare Fermi e in seguito collaudata dall’ingegner Arnaldo Musa. I materiali impiegati, ferro, malte cementizie e affini, vennero testati dal Laboratorio Prove Materiali del Dipartimento di Ingegneria civile del Politecnico di Milano. Nella notte di Natale del 1951 viene celebrata nel sotterraneo la prima Messa e dal 1952 le celebrazioni, con gran concorso di popolo, vengono officiate nello stesso luogo, oggi salone dell’oratorio.

Nel 1955 la chiesa era completa nelle sue strutture fondamentali per cui si decise di aprirla al culto scegliendo la data dell’8 dicembre, Festa dell’Immacolata. I Padri erano raggianti nel comunicare la data che vede il compimento di un’opera grandiosa. Il 27 novembre del 1955 l’Arcivescovo Montini invia a sacerdoti e fedeli della Parrocchia-Santuario dell’Addolorata in San Siro la sua paterna benedizione in occasione dell’inaugurazione della nuova chiesa. Anche Pio XII, pontefice regnante, attraverso il Sostituto mons. Dell’Acqua, fa pervenire la sua parola e la sua benedizione apostolica. Nel tardo pomeriggio del 7 dicembre l’Arcivescovo Montini giunse in p.za Esquilino per compiere il rito della benedizione della nuova chiesa, chiudendo la sacra funzione con la Benedizione Eucaristica. L’indomani 8 dicembre al mattino venne celebrato il solenne pontificale da mons. Crivelli del P.I.M.E. In serata un grandioso concerto vocale-strumentale eseguito da artisti del Teatro alla Scala chiuse le manifestazioni.

La costruzione si presentava senza rifiniture, allo stato grezzo delle murature; il pavimento era una grande unica gettata di calcestruzzo, le finestre della navata avevano i vetri provvisori mentre il grande rosone della facciata non aveva vetri ma solo un telo bianco posticcio di copertura; dopo questa descrizione, lascio immaginare al lettore quale fosse la situazione in chiesa durante i freddi inverni milanesi dell’epoca.

La nostra chiesa parrocchiale è di forma basilicale a tre navate e misura 58,00 m. di lunghezza, 28,00 m. di larghezza e 22,00 m. di altezza calcolata all’imposta delle capriate. All’esterno la gran mole si presenta semplicissima nel tono rosso di un mattone assai curato. La diversa disposizione dei laterizi decora la semplice facciata dove solo due elementi sono dominanti: il grande rosone e le quattro grandi mensole ove appoggiano le sculture in travertino raffiguranti i simboli degli Evangelisti. I tre portali sono coperti dal portichetto claustrale, mentre nei fianchi la parete liscia è rotta da finestre lunghe e sottili archivoltate con vetrate policrome dal disegno moderno. L’interno è ad un’aula con copertura a capriate visibili che nel progetto originale dovevano essere celate da una soffittatura a cassettoni in legno a grandi lacunari onde eliminare i seri problemi di acustica. Due file di pilastri lastricati in marmo “Breccia di Brescia” dividono la navata centrale dalle laterali che hanno funzione di luoghi di passaggio, di preghiera e di servizio. Il presbiterio è ampio, di forma quadrangolare, ai lati si aprono i transetti, mentre il fondo è chiuso dall’abside semicircolare che delimita ad oriente la sagoma della chiesa. Orientata secondo la prescrizione antica, cioè con l’abside rivolta ad oriente, la chiesa consente una lettura secondo i dettami interpretativi dello stile romanico. Infatti, entrando al mattino, il fedele è attirato dalla luce del presbiterio, luce proveniente dalle due monofore del catino absidale e dalle due finestre circolari in alto sul presbiterio: illuminato da questa luce, il cristiano canta le Lodi a Dio e subito, secondo il rito ambrosiano, scioglie il Cantico di ringraziamento di Zaccaria. Ritornando alla preghiera del Vespro, preghiera di ringraziamento al Padre per la giornata appena trascorsa, nell’uscire si scontra con una seconda luce, molto potente e intensa: una luce, quella del rosone, che invade la persona sia alle spalle durante la preghiera sia in fronte durante l’uscita: sarà questa luce ad illuminare la notte del credente ed a ricordagli la sua fede.

Giunti alla metà degli anni ’80 ci si rese conto di come fosse giunto il momento di consacrare ufficialmente al culto la chiesa parrocchiale. Essa necessitava però ancora di qualche lavoro di miglioria e di completamento uniti a qualche restauro. I lavori vennero condotti dall’architetto Ada Tavassi. Le finestre della navata centrale e delle laterali insieme al grande rosone della facciata ricevettero le vetrate colorate. Anche la facciata venne abbellita come da progetto originario con la posa in opera, sulle mensole già presenti dalla costruzione, di quattro sculture in pietra raffiguranti i simboli degli Evangelisti. Terminati i lavori la nostra chiesa era ormai pronta per essere consacrata.

Il 4 maggio 1991 il cardinale Martini compiva il sacro rito alla presenza di moltissimi fedeli.

 La Cappella dell’Addolorata

E’ una costruzione che potremmo definire una chiesa nella chiesa: costituisce il luogo più raccolto, più intimo nel quale la preghiera si fa colloquio. La cappella è quadrangolare con abside semicircolare e viene usata per le celebrazioni feriali; consta di tre aperture direttamente nell’aula della chiesa. Troneggia nel piccolo presbiterio un imponente altare marmoreo di fattura moderna con un’ancona in maiolica smaltata raffigurante i Sette Dolori di Maria opera dello scultore A. Poli risalente agli anni ’60; la grande pala pare risulti essere la più grande opera in maiolica esistente al mondo. L’abside è decorata a mosaico.

Al centro dell’ancona si apre una nicchia ove abitualmente è posta la statua della Vergine Addolorata. La scultura è in legno della Val Gardena scolpita in un sol pezzo da artigiani locali e si discosta dalle consuete raffigurazioni poiché non manifesta alcun elemento settecentesco quali le spade, simbolo dei Dolori; sul capo è posta una aureola stellata.

Dietro l’altare si apre una nicchia chiusa da una robusta inferriata nella quale è custodito il Reliquiario che contiene una reliquia del Miracolo di Cannobio donata dal Card. Schuster alla Parrocchia nel gennaio 1954.

 

Ultimo aggiornamento: 25-06-2011 17.47.26
by Softan93